Editoriale | Innovazione è collaborazione

    Tante le istanze per rinnovare e rinnovarsi, perché il mercato lo vuole e per far fronte all’aumento dei costi, energia in primis. La via è quella di creare nuovi ecosistemi per mettere a valore competenze e trovare nuova linfa per crescere

    Cristina Lazzati, direttrice di Mark Up e Gdoweek
    Cristina Lazzati

    Cosa significa innovare in agricoltura oggi? Innovazione di prodotto, nuove varietà, più shelf life? Innovazione di packaging, di servizio, di logistica? Per rispondere in maniera adeguata a tutte queste esigenze è necessaria un’innovazione di processo, rivedere tutta la filiera produttiva e capire dove si può agire per fare meglio e produrre di più, dove si accumulano i costi maggiori e verificare se c’è un modo per ridurli, trovare nuove “vie”, letteralmente, per distribuire la merce.

    Collaborare. Questa la parola chiave, oggi essere piccoli è un limite? Forse, ma se si crea un ecosistema o ci si inserisce in uno preesistente, le sinergie possono essere molte; se ci si muove tra simili in analisi precompetitive si può pensare a sistemi avanzati che da soli non ci si potrebbe permettere. Collaborare a monte con le aziende semenziere per trial e per la creazione di nuovi prodotti, con i produttori di attrezzature agricole, con il mondo della tecnologia per sviluppare nuovi sistemi di monitoraggio e controllo, per schiacciare l’acceleratore del green, per risparmiare energia e acqua. Collaborare a monte e collaborare a valle, con chi distribuisce, per esser più vicini al consumatore finale, al cliente, capirne e anticiparne i bisogni, collaborare con il marketing e i media per trovare insieme nuove soluzioni di comunicazione, collaborare con il terzo settore, diventando paladini di una migliore educazione alimentare, di benessere e salute.

    Un esempio che mi viene spesso in mente è quello di Citrus che ha saputo “guardare fuori” e ha avviato partnership con partner inusitati, dalla Fondazione Veronesi per “I Limoni per la Ricerca”, a Marinella, storico brand del lusso napoletano, conosciuto in tutto il mondo per le sue cravatte. Citrus ha osato, ha bussato alla porta di Marinella chiedendo di incravattare un broccolo, puntando alla salute, con il claim “Papà non fare il broccolo” è andata nel mondo della prevenzione maschile, un territorio inesplorato e, a posteriori, ci sarebbe da chiedersi perché, un oceano blu direbbero i marketer, un’azione in linea con i trend attuali e futuri.

    Cosa ha portato Citrus a pensare di accostare un marchio del lusso che ha messo la cravatta ai Kennedy e a James Bond con un umile prodotto della terra? Perché come ogni altro prodotto e, probabilmente anche di più per il mondo della frutta e verdura, ha un portato di valori materiali, di cui tutti siamo consapevoli, e uno di valori immateriali, cui si dà poco o nessun valore, ma che è sotto gli occhi di tutti. Lo capì molto bene a suo tempo Farinetti che, citando Feurbach , disse: “L’uomo è ciò che mangia”. Questo basterebbe per guardarsi con altri occhi che, poi, è il segreto della vera innovazione.

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