La logistica internazionale del fresco entra in una nuova fase, segnata da instabilità geopolitica, rotte marittime variabili e costi difficili da prevedere. È questo il messaggio emerso dal convegno organizzato da Mark Up e Fresh Point Magazine a Tuttofood 2026, e moderato da Luca Moroni, dedicato alle sfide della supply chain ortofrutticola. Un contesto in cui, accanto alle criticità, emergono anche opportunità concrete.
Le leve per sdoganare più velocemente

David Morgese, responsabile della sezione autorizzazioni doganali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, ha illustrato come il nuovo Codice doganale dell’Unione metta a disposizione strumenti capaci di ridurre tempi e costi nelle operazioni di import ed export, con alcune semplificazioni di immediato interesse per le aziende ortofrutticole.
Il primo strumento è il luogo approvato, che consente di effettuare le operazioni doganali direttamente presso il proprio magazzino, evitando trasferimenti verso porti o aree doganali pubbliche. Il secondo è il deposito doganale privato, utile per stoccare merce extra-Ue senza anticipare dazi e Iva fino al momento dell’effettiva immissione sul mercato. Il terzo è il Portale unico dogane e monopoli, che digitalizza le procedure e integra i certificati richiesti dalle varie amministrazioni, riducendo drasticamente la burocrazia. A questi si aggiunge la certificazione Aeo, che assicura minori controlli e tempi di svincolo più rapidi.
Filiera resiliente, non soltanto più corta

Il professor Luca Lanini, docente di Logistica all’Università Cattolica e partner di CibuSalus, ha spiegato come il vero problema non sia tanto l’aumento dei costi, quanto la loro imprevedibilità: “L’incertezza per il prodotto fresco è molto più pericolosa della crisi dell’aumento dei costi”. Il riferimento è ai nuovi focolai di tensione internazionale, dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso, che incidono non solo sul trasporto ma anche sul prezzo dei fertilizzanti e quindi sui costi agricoli.
Nel trasporto marittimo si assiste a un riposizionamento dei container verso l’Asia, con minore disponibilità in Europa e transit time più lunghi. In questo scenario tornano centrali le scorte, il nearshoring, il rerouting e la diversificazione dei fornitori. “Alcune stime dicono che si sta creando un 30% di spreco alimentare legato alle inefficienze in filiere avanzate”. Secondo Lanini la vera sfida consiste nel costruire filiere non necessariamente più corte, ma più intelligenti, capaci di utilizzare strumenti digitali e modelli predittivi per anticipare ritardi e gestire il rischio. “La vera partita non è tra globale e locale, ma tra filiere che reggono gli shock e filiere che collassano quando il tempo si allunga”.
Il modello Cile: sensori, Ai e grandi economie di scala

Un esempio concreto di questa evoluzione arriva dal Cile, illustrato da Felipe Javier Repetto Bustamante, direttore per l’Italia di ProChile. Il Paese sudamericano ha costruito una filiera altamente tecnologica, basata su sensori IoT, controllo continuo di temperatura e umidità e strumenti di intelligenza artificiale per monitorare i carichi durante viaggi di 25-35 giorni verso l’Europa. “Il Cile è lungo dalla Sicilia alla Norvegia quindi già la logistica interna domestica è una prima sfida”.
Le grandi dimensioni delle aziende agricole, spesso comprese tra 150 e 300 ettari, favoriscono economie di scala che rendono sostenibili questi investimenti e consentono di mantenere standard qualitativi elevati anche su lunghe distanze. Il caso più emblematico è quello delle ciliegie: navi dedicate, i cosiddetti Cherry Express, salpano verso la Cina cariche esclusivamente di questo prodotto.
“Il Cile ha rinnovato l’accordo di libero scambio con l’Europa portando ancora più digitalizzazione, più modernità. È un paese i cui prodotti sono riconosciuti a livello mondiale per la qualità per la tracciabilità. E gode di una geografia che gli consente di essere un’isola fitosanitaria”.
Sostenibilità, carenza di autisti e nodo stoccaggi

Nel confronto finale, Marco Banzi, direttore business unit internazionale di Stef Italia, ha richiamato le criticità operative che attraversano il continente: limitazioni alla circolazione dei mezzi pesanti (soprattutto da Svizzera e Austria), scarsità di autisti nei picchi stagionali e crescente necessità di investire in sistemi digitali per pianificare i flussi. “Abbiamo bisogno di persone con una forte capacità di adattarsi e di orientarsi anche in contesti caratterizzati da continui imprevisti. Solo grazie alla combinazione di un’elevata digitalizzazione, processi efficaci e le persone giuste possiamo affrontare e gestire con successo questa grande sfida”.
Ave Stella Maris Crotti, sustainability manager di Kuehne+Nagel Italia, ha sottolineato come gli investimenti logistici nel nostro Paese (come la nuova grande sede a Napoli) possano rafforzare il ruolo dell’Italia nel commercio internazionale del fresco. Sul fronte ambientale14 ha evidenziato che una supply chain con minori emissioni è anche una catena più efficiente. “Essere un partner di fiducia al servizio di un futuro sostenibile rappresenta per noi un principio guida fondamentale. Gli indicatori delle emissioni di CO₂, ad esempio, non sono soltanto parametri ambientali, ma veri e propri strumenti per misurare la capacità di una catena logistica di affrontare e assorbire le sollecitazioni. Quanto più una supply chain riduce le proprie emissioni, tanto più dimostra di aver intrapreso un percorso di rigenerazione e di crescita sostenibile”.
Entrambi hanno infine posto l’attenzione sul tema dello stoccaggio, oggi sempre più strategico per garantire continuità e sicurezza alle forniture. Ma per il fresco lo spazio disponibile rimane limitato e richiede nuove capacità di investimento, soprattutto in magazzini refrigerati ad alta efficienza.
From Maritime Straits to Global Markets, Fruit and Vegetables are Facing Uncertainty
Geopolitical tensions are reshaping supply chains. To compete, resilient supply chains, risk management, and new production strategies are needed
First, the Suez Canal crisis and then tensions in the Strait of Hormuz have highlighted the choke points that regulate world trade. At least eight strategic points can influence the fluidity of international trade, from the Hormuz route to the Bab el-Mandeb route, to the Strait of Malacca and the Panama Canal. In this context, logistics plays a crucial role, not so much because of the level of costs, but because of their unpredictability. ‘Some estimates indicate that up to 30% of food waste in advanced supply chains is being created due to supply chain inefficiencies’. Luca Lanini, professor of Logistics at the Catholic University of Milan and partner of CibuSalus, raised the alarm during a conference organized by Mark Up and Fresh Point Magazine during Tuttofood. According to Lanini, the ongoing change is profound and concerns the very nature of logistics risk. ‘If the Suez Crisis had lengthened lead times, the Hormuz crisis has created a new element: uncertainty, which for fresh produce is much more dangerous than rising costs’. Significant amounts of the world’s oil and an important portion of agricultural fertilizers pass through the Strait of Hormuz. Geopolitical tensions are therefore also impacting production costs, the energy required for the cold chain, and the competitiveness of agricultural businesses. Maritime transport is also undergoing a significant transformation. ‘If during the Suez Crisis the focus was on the explosion in freight rates, with containers rising from 2,000 USD to 12,000 USD on the Asia-Europe routes, today the central issue is the very availability of containers, which are returning to Asia and becoming scarcer in Europe’. The lengthening of logistics cycles generates congestion, reduces equipment availability, and increases the risk of delays throughout the supply chain. In this scenario, tools that for years had been considered inefficient are once again being put into practice: inventory, diversification of supply sources, rerouting, and preventive risk management. ‘The zero-stock economy is being challenged by reality: inventory is once again becoming the lifeblood of the system’. For the fruit and vegetable sector, however, the issue also concerns the geography of production. According to Lanini, international tensions are accelerating a review of production and distribution models. ‘The real issue is not between global and local, but between supply chains that withstand shocks and those that collapse when time is extended’. The correct question, therefore, is not which products will continue to travel globally and which will tend to move closer to consumer markets. In this context, nearshoring strategies, which involve localizing production in areas close to end markets, and reshoring strategies, with the return of some production activities within European borders, are playing an increasingly important role. ‘Long-shelf-life products, such as citrus fruits and apples, will continue to operate on a global scale. Ultra-fresh categories, such as berries, fresh-cut produce, and ready-to-eat products, will instead tend toward increasing regionalization, supported by high-tech greenhouses, vertical farms, and controlled-environment agriculture’. The concept is to build more controllable supply chains, less exposed to shocks, and capable of preserving product quality even in the face of unexpected logistical disruptions. The challenge is not to abandon globalization, but to build smarter supply chains, supported by digital tools and predictive models capable of anticipating delays and critical issues.





