Ppwr, un’azienda su due passa al cartone ondulato

Secondo una ricerca Ipsos Doxa realizzata per il comparto rappresentato dall’Associazione italiana scatolifici, il 51% delle imprese sostituisce altri materiali. L’ortofrutta con il food and beverage fa da traino

Andrea Mecarozzi, presidente al secondo mandato dell’Associazione italiana scatolifici
Andrea Mecarozzi, presidente dell’Associazione italiana scatolifici

Il mondo del food and beverage, compresa l’ortofrutta, sta cambiando pelle. Dal 12 agosto 2026 sono entrate in vigore le prime disposizioni (in tema di Pfas e metalli pesanti) del controverso Ppwr, il regolamento sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio. Ma le aziende da tempo si sono mosse in questa direzione.

Il fenomeno è fotografato da una ricerca Ipsos Doxa realizzata per l’Associazione italiana scatolifici all’inizio del 2026 e presentata a Milano nell’ambito di un incontro promosso dall’organizzazione. L’indagine evidenzia che il 57% delle aziende intervistate ha aumentato nell’ultimo anno l’utilizzo di imballaggi in cartone ondulato, mentre il 51% dichiara di aver sostituito altri materiali, in particolare la plastica, con soluzioni in cartone. Oltre otto aziende su dieci considerano inoltre sempre più importante la personalizzazione del packaging.

La filiera

Il comparto degli scatolifici trasformatori conta circa 300 imprese, prevalentemente piccole e medie aziende a capitale italiano, con un fatturato complessivo di circa 1,3 miliardi di euro, oltre 5.000 addetti e più di 2 miliardi di metri quadrati di cartone ondulato trasformati ogni anno. Si tratta di un anello cruciale della supply chain, che è composta da foreste (o centri di raccolta macero), cartiere, ondulatori (produttori di cartone ondulato), scatolifici trasformatori e integrati verticalmente e clienti utilizzatori.

Prestazioni, sostenibilità e comunicazione entrano nella stessa scatola

Alcuni dati della ricerca Ipsos Doxa per l'Associazione italiana scatolifici (infografica generata con l'Ai)
Alcuni dati della ricerca Ipsos Doxa (infografica generata con l’Ai)

Da quanto emerge dalla ricerca, è proprio il food and beverage a fare da traino a questa trasformazione, con oltre il 60% delle aziende rappresentate. La sostenibilità della filiera è stata messa in luce da Andrea Mecarozzi, presidente dell’Associazione italiana scatolifici. “Il tasso di recupero degli imballaggi cellulosici ha raggiunto il 93,1%, contro un target europeo dell’85% al 2030; circa l’85% della fibra utilizzata per produrre cartone ondulato deriva da materiale riciclato, il resto proviene da filiere certificate Fsc e Pefc”.

C’è molta ricerca, non solo sul design ma naturalmente sulle prestazioni meccaniche, e oggi i materiali possono rispondere alle esigenze di prodotti anche delicati, come le fragole, assicura il presidente. Tra i plus ci sono poi le possibilità di personalizzazione, le applicazioni digitali che permettono la tracciabilità e la possibilità di ampliare la comunicazione con il cliente. Le tecnologie di stampa consentono di inserire informazioni, elementi grafici e anche codici Qr; nell’ortofrutta, per esempio, il packaging può diventare un veicolo per raccontare il prodotto e la filiera.

L’imballaggio è ormai un elemento chiave per l’efficienza delle filiere produttive e distributive, che va ben oltre la semplice protezione del prodotto. Il packaging in cartone ondulato oggi ottimizza l’intera catena del valore, agendo a diversi livelli. In primo luogo, abbatte inefficienze e costi legati ai danneggiamenti della merce durante il trasporto, grazie a un design sempre più avanzato e a materie prime con migliori prestazioni. Inoltre, l’integrazione di soluzioni digitali e intelligenti consente la tracciabilità dei lotti, velocizzando i flussi di magazzino e le operazioni di inventario. Infine le nuove buone pratiche di ecodesign non solo rispondono ai requisiti normativi, ma trasformano il fine vita dell’imballaggio in una risorsa circolare immediata ed economica.

La partita dei costi

Una delle criticità riguarda i maggiori costi per le dichiarazioni di idoneità dei materiali che investono la filiera, oltre a quelli di ricerca e progettazione, che ovviamente dovranno essere assorbiti dalle aziende oppure trasferiti a valle, al cliente che acquista l’imballaggio. Un impatto potenzialmente più significativo sulle Pmi, per le quali dedicare risorse alla gestione burocratica pesa proporzionalmente maggiormente. Purtroppo, essendo un regolamento europeo e non una direttiva, c’è poco margine per una maggiore semplificazione, chiesta dalla stessa Associazione. “Affidarsi a un’azienda che fa parte dell’Associazione italiana scatolifici è una garanzia che abbia oggi dietro il miglior supporto”.

Percorso a ostacoli

Il Ppwr prevede un percorso progressivo di attuazione fino al 2040, con obiettivi sempre più stringenti su overpackaging, riciclabilità, riutilizzo, progettazione ed etichettatura.

Uno dei nodi centrali sarà il divieto di immettere sul mercato imballaggi in plastica monouso per frutta e verdura fresca non trasformata preconfezionata in quantità inferiori a 1,5 kg, che dovrà entrare in vigore a gennaio 2030.

Pro Food ha criticato tale divieto, in quanto non sarebbe stato preceduto da una valutazione d’impatto comparativa in grado di considerare l’intero ciclo di vita delle alternative, compresi riciclabilità, contenuto di materiale riciclato, trasporti, protezione del prodotto, durata commerciale e prevenzione dello spreco alimentare.

Marco Salvi, presidente di Fruitimprese, ha rimarcato l’aggravio dei costi burocratici a carico delle Pmi, che si sommano all’aumento generale di quelli di produzione legato ai combustibili e alle difficoltà logistiche sui mercati esteri. Tanto che per la prossima campagna di esportazione, secondo Salvi, l’incremento complessivo per gli operatori sarà tra il 20% e il 30%.

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