L’Italia ortofrutticola “dei muri” a Berlino

A Fruit Logistica la filosofia nazionale dei piccoli orticelli continua a frenare la competitività delle aziende

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Il cielo è azzurro sopra Berlino. O, sembra, meno grigio del solito. Sarà che il coronavirus è stato meno minaccioso di quanto certi facili allarmismi volessero fare credere. Sarà che, dopo più di dieci anni, le istituzioni, con la ministra delle Politiche Agricole in persona, sono tornate a scomodarsi per dare vicinanza (e visibilità) al settore.

Con due grandi collettive, centinaia e centinaia di espositori, il lancio di nuovi prodotti e un candidato al Flia 2020 (il carciofo Violì), l’Italia resta un polo attrattivo di Fruit Logistica. Quest’anno con qualche velleità in più.

Ma, tanto vale dirlo subito, i limiti sono sempre gli stessi, e ci si annoia pure a ripeterli e a farli ricordare. A noi “l’unione fa la forza” non piace, non convince. O, meglio, esclusi gli amici dell’Unione Nazionale Italia Ortofrutta (che usa il detto come payoff delle proprie iniziative), alla maggioranza delle nostre aziende sfugge ancora l’importanza dell’aggregazione. Lo dimostra, una per tutti, la presenza disordinata in fiera dei porti italiani, quando invece quelli spagnoli si sono uniti sotto l’insegna “port of Spain”.

Noi no. Noi siamo ancora affezionati al mantra “la qualità fa la differenza” e pericolosamente ci sfugge che deve essere una qualità condivisa. Anche quando è certificata, identificabile e misurabile, la qualità non diventa competitiva se non è accompagnata dalla disponibilità e costanza di volumi e dall’offerta di servizi. Insomma, torneremo sul tetto del mondo se saremo capaci di abbattere questi “piccoli maledetti muri”.

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