Il riscatto dell’uva italiana tra record d’export e rivoluzione seedless

La filiera si rinnova tra varietà senza semi, sfide retail e aggregazione strategica, spunti dalla manifestazione Regina di Puglia

Uva da tavola pugliese (crediti fotografici: Regina di Puglia-Noicàttaro)
Uva da tavola pugliese (credits: Regina di Puglia-Noicàttaro)

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Tanto è stato fatto, molto resta da fare. All’inizio della nuova campagna produttiva della Puglia – maggior distretto nazionale con il 60% della produzione italiana e punto di riferimento europeo per l’uva da tavola -l’annuale edizione della manifestazione Regina di Puglia è stata l’occasione per fare il punto su un comparto che negli ultimi anni ha messo il turbo, soprattutto grazie ai clienti esteri. Ma che ora, con il perdurare di un complicato scenario geopolitico internazionale, deve ripensare il suo modello di business e puntare su nuovi mercati.

Che la crescita e il successo dell’uva da tavola italiana dipenda dall’estero è indubitabile e i dati presentati da Mario Lo Schiano Moriello di Ismea lo hanno evidenziato in modo chiaro. Tra 2021 e 2025 il valore delle esportazioni è aumentato del 31% e oggi il 61% del giro d’affari dell’uva da tavola made in Italy viene dall’export, che l’anno scorso ha battuto ogni record. I 973 milioni di euro incassati nel 2025 (+8,5% rispetto all’anno precedente) ne consolidano il secondo posto nella classifica della frutta più esportata dal nostro Paese, dopo le mele. Nel 2025 sono aumentati anche i volumi di uva da tavola venduti all’estero (+16%), arrivati a 437mila tonnellate, ossia il 44% della produzione nazionale (978 mila tonnellate). Un quantitativo importante ma inferiore alle oltre 466mila tonnellate di cinque anni fa. Morale: negli ultimi anni gli imprenditori italiani hanno saputo far apprezzare maggiormente i loro prodotti, spuntando quotazioni maggiori. E sfruttando soprattutto due leve: l’affermazione delle più costose uve apirene e il prolungamento della stagione di commercializzazione (che ormai arriva a dicembre), grazie alle migliori tecniche di crioconservazione.

L’analisi sull’evoluzione dell’export mostra un’altra criticità: con la chiusura dell’importante mercato russo e le difficoltà recenti su quello medio-orientale, il flusso delle uve da tavola italiane si è concentrato sui mercati europei, in particolare su quelli più consolidati. E così Germania e Francia da sole assorbono la metà dell’export italiano e, se aggiungiamo altri cinque paesi, arriviamo al 78%. Ma anche in area Ue la situazione è in evoluzione e la competizione sempre più accesa, con il Regno Unito che si rifornisce dall’India (primo produttore mondiale di uva da tavola) e il mercato scandinavo che perde interesse per il prodotto made in Italy. Perdipiù l’export italiano si concentra tra settembre e novembre e anche questo non favorisce la miglior gestione del prodotto. “Stante che l’export è vitale per il comparto italiano dell’uva da tavola e che nello scenario globale si assiste a un processo di aggregazione tra aziende, è lecito aspettarsi che gli imprenditori si troveranno davanti sfide sempre più difficili a livello internazionale. Per vincerle servono nuove forme di aggregazione, come consorzi, cooperative o associazioni temporanee di impresa, per costruire la massa critica necessaria a sostenere i progetti sperimentali sulle nuove varietà, a programmare produzione e offerta e a raggiungere i grandi compratori dei paesi esteri” ha sottolineato Lo Schiano Moriello -Serve una scossa da parte degli imprenditori pugliesi anche per l’uva IG. Infatti, se devo pensare a una sfida per il 2030, è quella di associare i tre consorzi delle uve da tavola italiane: Puglia, Canicattì e Mazzarone”. In particolare per l’uva di Puglia Igp, Ismea intravede un buono spazio di crescita, che potrebbe portarla nella top ten dei prodotti ortofrutticoli a IG, anche alla luce della netta crescita dei produttori e degli ettari avvenuta nel 2025. La valorizzazione del prodotto italiano potrebbe apparire superflua in un mercato dove siamo fortemente autosufficienti (98% di grado di autoapprovvigionamento) ma dove le importazioni, per quanto ridotte (23mila tonnellate) sono in costante crescita, soprattutto in controstagione. E va proprio nella direzione di allungare la presenza del prodotto nei punti vendita e di cavalcare la tendenza di affermazione delle uve apirene che il disciplinare della Igp pugliese è stato recentemente modificato per inserire nuove varietà senza semi tutte italiane.

Oltre che sui mercati internazionali, anche in quello domestico una maggior presenza delle uve IG potrebbe beneficiare del favore degli italiani per il prodotto nazionale (in particolare nell’ortofrutta) e il vissuto di eccellenza che accompagna i prodotti Dop e Igp. Due elementi coerenti con l’evoluzione degli acquisti di uva nel retail in Italia. L’analisi condotta da Ismea ha rivelato che il 2025 si è chiuso con un calo annuo del mercato dell’1,9% a volume e dell’1,6% a valore. Di segno opposto l’uva confezionata, con acquisti in crescita del 5,2% a volume e del 3,8% a valore rispetto al 2024. Le preferenze vanno sempre di più verso le uve seedless; il che ha portato il prodotto confezionato a superare l’uva sfusa (rispettivamente 55% e 45% delle quantità vendute), soprattutto a valore (61% contro il 51% di cinque anni fa). Ma c’è molto da lavorare sui formati, sostiene Schiano Lo Moriello, per non applicare una riduzione eccessiva della grammatura, che potrebbe ridurre anziché aumentare i consumi e moltiplicare eccessivamente l’assortimento, appesantendo la complessità e i costi di gestione del prodotto.

Ma ora c’è chi fa un passo indietro rispetto al confezionato e prova a vendere sfuso anche il prodotto seedless. È la “scommessa” di Dimar (gruppo Selex, insegna Mercatò), che ha deciso di introdurre l’apirene sfusa e di venderla allo stesso prezzo dell’uva con semi, accompagnandola con un’apposita carry bag di carta, anche brandizzata (com’è avvenuto con il fornitore Feel Good). “Abbiamo affrontato quest’investimento per agevolare il passaggio all’uva senza semi anche da parte di coloro che non sono abituati a comprarla o che preferiscono lo sfuso perché crediamo che questa novità possa fidelizzare i clienti” spiega il category manager area ortofrutta Giovanni Sansone, che porta l’uva a scaffale da giugno a dicembre, privilegiando sempre quella nazionale, siciliana e pugliese, e anche di nicchia, come l’uva del Monviso. “Sul mercato rilevo uno sbilanciamento dell’uva senza semi rispetto ai consumi perché c’è ancora uno zoccolo di italiani resistente che preferisce quella con i semi – aggiunge Sansone – Però, ormai il dado è tratto e le apirene si stanno affermando, anche grazie alla tanta innovazione e all’allungamento della campagna. Quello del 2026 sarà il terzo San Silvestro in cui proporremo ai nostri clienti l’uva senza semi italiana”.

The Italian Table Grape Industry’s Resurgence Amid Export Records and the Seedless Revolution

The supply chain is renewing itself amid seedless varieties, retail challenges, and strategic aggregation: insights from the ‘Regina di Puglia’ event

Much has been accomplished, much remains to be done. At the start of the new production season in Puglia – one of the most important grape-producing regions in Italy, accounting for 60% of Italian production and a European benchmark for table grapes – the annual Regina di Puglia event was an opportunity to take stock of a sector that has been expanding rapidly in recent years, thanks largely to foreign customers. But now, with the ongoing complex international geopolitical landscape, it must rethink its business model and focus on new markets.

It is undeniable that the growth and success of Italian table grapes depend on exports, as the data presented by Mario Lo Schiano Moriello of ISMEA clearly highlighted. Between 2021 and 2025, the value of exports increased by 31%, and today 61% of Italian table grape turnover comes from exports, which broke all records last year. With 973 million euros earned in 2025 (an increase of 8.5% compared to the previous year), table grapes consolidated their second place in the ranking of Italy’s most exported fruits, after apples. In 2025, the volume of table grapes sold abroad also increased (+16%), reaching 437,000 tons, or 44% of domestic production (978,000 tons). This is a significant figure, but it is still lower than the total of over 466,000 tons recorded five years ago. Bottom line: in recent years, Italian entrepreneurs have succeeded in raising the perceived value of their goods, allowing them to command higher prices. They achieved this above all by leveraging two factors: the rise of the more expensive seedless grapes and the extension of the marketing season (which now extends into December), thanks to improved cryopreservation techniques.

The analysis of export trends reveals another critical issue: with the closure of the important Russian market and the recent difficulties in the Middle Eastern market, the export of Italian table grapes is concentrated in European markets, particularly the more established ones. Thus, Germany and France alone account for half of Italian exports, and if we add five other Countries, the figure rises to 78%. But even within the EU, the situation is evolving and competition is increasingly fierce, with the United Kingdom sourcing from India (the world’s leading table grape producer) and the Scandinavian market losing interest in Italian-made products. Furthermore, Italian exports are concentrated between September and November, which also hinders product management. Lo Schiano Moriello emphasized: ‘Given that exports are vital to the Italian table grape sector and that globally we are witnessing a process of consolidation among companies, it is reasonable to expect that entrepreneurs will face increasingly difficult challenges at the international level. To overcome these challenges, new forms of aggregation are needed, such as consortia, cooperatives, or temporary business associations, to build the critical mass needed to support experimental projects on new varieties, to plan production and supply, and to reach major buyers abroad’. A shake-up from Apulian entrepreneurs is also needed for GI grapes. In fact, if I had to think of a challenge for 2030, it would be to bring together the three Italian table grape consortia: Puglia, Canicattì, and Mazzarone’. Specifically, for Puglia PGI grapes, ISMEA sees good room for growth, which could bring them into the top ten of GI fruit and vegetables, especially in light of the substantial growth in both producers and total hectares in 2025.

The promotion of Italian produce might seem superfluous in a market where we are highly self-sufficient (98% self-sufficiency) but where imports, although small (23,000 tons), are constantly growing, especially in the off-season. And the Puglia PGI regulations that were recently amended to include new, all-Italian seedless varieties go precisely in the direction of extending the product’s presence in retail outlets and riding the wave of success of seedless grapes.

Besides international markets, increasing the presence of GI table grapes could also boost domestic sales, as Italian consumers prefer local products (particularly fruit and vegetables) and the sense of excellence that accompanies PDO and PGI products. These two factors are consistent with the evolution of table grape purchases in retail stores in Italy. The analysis conducted by ISMEA revealed that 2025 closed with an annual market decline of 1.9% in volume and 1.6% in value. Packaged grapes, on the other hand, saw purchases grow by 5.2% in volume and 3.8% in value compared to 2024. Preference is increasingly shifting toward seedless grapes; this has led packaged table grapes to surpass loose table grapes (55% and 45% of quantities sold, respectively), especially in terms of value (61% versus 51% five years ago). However, according to Schiano Lo Moriello there is much work to be done on packaging, to avoid excessively reducing the weight, which could limit rather than increase consumption and excessively expand the assortment, further complicating the product’s management and costs.

But now some are taking a step back from packaged table grapes and attempting to sell seedless grapes loose. This is the ‘gamble’ of Dimar (Selex Group, Mercatò brand), which has decided to introduce loose seedless grapes and sell them at the same price as seeded grapes, accompanied by a special paper carry bag, even branded (as was the case with the supplier Feel Good). Giovanni Sansone, category manager for the fresh produce area, explained: ‘We made this investment to facilitate the transition to seedless grapes, even among those who aren’t used to buying them or who prefer buying in bulk, because we believe this innovation will foster customer loyalty’. He stocks grapes from June to December, always favoring Italian varieties, such as Sicilian and Apulian grapes, as well as niche varieties, such as Monviso grapes. Sansone added: ‘I am seeing an imbalance in consumption among seedless grapes on the market, because there is still a resistant core of Italians who prefer seeded grapes. However, the die is cast, and seedless grapes are gaining ground, thanks in part to many innovations and the extended season. 2026 will be the third New Year’s Eve in which we will offer our customers Italian seedless table grapes’.

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