Il libero scambio non è, di per sé, una minaccia né una garanzia di crescita. Può diventare un potente acceleratore di competitività oppure un fattore di squilibrio, soprattutto per settori come l’ortofrutta, dove qualità, standard produttivi e sostenibilità incidono in modo determinante sui costi. È da questa premessa che Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia, ha inquadrato il tema dell’accordo Ue-Mercosur intervenendo all’incontro Accordo di libero scambio: opportunità o rischio per l’ortofrutta italiana, svoltosi a Fruit Logistica, all’Italian Fruit Village.
La chiave della reciprocità
“Gli accordi di libero scambio sono sempre un’opportunità, in principio ma diventano tali solo se regolati da norme uguali per tutti. Il punto, per l’ortofrutta, è la reciprocità, perché a differenza di altri comparti agricoli il settore non beneficia di contingenti tariffari che ne limitino le importazioni. “L’ortofrutta oggi non è considerata prodotto sensibile: non ha un tetto quantitativo, quindi la parità delle regole è ancora più decisiva”.
Nel contesto globale, i numeri raccontano una dinamica ambivalente. L’export cresce, “in volume e in valore”, ma l’import cresce di più: “+17% a valore”, con un effetto diretto sull’erosione del valore aggiunto che potrebbe rimanere nella filiera nazionale. “Non si può chiedere esportazione senza importazione – è un’obiezione ricorrente – ma se le regole del gioco sono uguali, la filiera italiana e quella ortofrutticola in particolare non temono confronti”.
La vera criticità dell’accordo Mercosur non riguarda tanto i prodotti già protetti – come carne bovina, suina, riso e zucchero, per i quali “un aggiustamento è stato trovato attraverso contingenti quantitativi molto limitati” – quanto i comparti lasciati senza rete di sicurezza. “Per l’ortofrutta la reciprocità conta più che altrove”, ha sottolineato Scordamaglia, richiamando i temi ambientali, sociali e sanitari.
Sul piano etico e ambientale i dati parlano chiaro: “8,2 milioni di bambini impiegati in America del Sud, di cui 5 milioni in lavori pericolosi, e 8,5 milioni di ettari di deforestazione”. Ma è soprattutto il fronte fitosanitario a destare maggiore preoccupazione. “In Sud America sono consentite sostanze che in Europa sono vietate con limiti massimi di residui diversi”. Un paradosso aggravato dal fatto che tra il 2018 e il 2019 l’Europa ha esportato 7 mila tonnellate di pesticidi vietati, con il rischio che tornino nei prodotti importati.
Da qui la richiesta di strumenti concreti. “Se giochiamo alla pari, vinciamo. Se giochiamo con l’handicap, perdiamo”. In questa direzione va l’iniziativa italiana che, nell’ultimo Coreper, ha posto come precondizione all’avanzamento dell’accordo una norma che vieti l’importazione di prodotti trattati con molecole proibite nell’Ue. “Ora serve che la Commissione europea la approvi e che i controlli alle frontiere siano efficaci”, perché il costo dei controlli è nulla rispetto ai danni potenziali: “Basta ricordare quanto è costata la Xylella”.
India, le opportunità per il fresco e trasformati: kiwi, pere e succhi di frutta
Lo sguardo si allarga infine agli altri negoziati. L’India, pur con dossier ancora aperti, rappresenta per Scordamaglia un esempio di approccio più equilibrato: “Qui la rete di sicurezza c’è”, con prodotti agricoli sensibili esclusi e, per l’ortofrutta trasformata, prospettive di forte riduzione dei dazi: “I succhi di frutta europei passeranno da un dazio del 55% allo 0%, mentre prodotti freschi come kiwi e pere scenderanno dal 33% al 10%”. Un modello che dimostra come il libero scambio possa funzionare se accompagnato da regole chiare e tutele mirate.
La conclusione riporta al punto di partenza: “Gli accordi di libero scambio non sono né buoni né cattivi”. Per l’ortofrutta italiana, settore competitivo per natura, possono diventare una leva di crescita. A una condizione imprescindibile: regole chiare, controlli efficaci e reciprocità reale. Solo così l’apertura dei mercati si traduce in valore, e non in squilibrio.







