Peviani è tornata a Fruit Attaction 2025 dove ha portato alcune novità e svelato nuovi progetti, tra cui il sacchetto in carta per la vendita dell’uva da tavola, che ci ha presentato Beatrice Peviani allo stand dell’azienda.
Con il direttore commerciale, Andrea Peviani, facciamo il punto sul mercato dell’uva da tavola su cui l’azienda è specializzata e che destina anche ai mercati esteri.
Quali sono le aspettative per il mercato dell’uva da tavola made in Italy?
Rileviamo più interesse da parte dei mercati europei. Il motivo è imputabile alla razionalizzazione dell’offerta varietale: finalmente anche la produzione nazionale si è adeguata alle richieste dei mercati esteri. Abbiamo ritrovato la nostra finestra: forti della più grande produzione continentale di uva da tavola e della superiorità della nostra qualità, stiamo ritornando protagonisti.
Quali sono i trend, le varietà e le abitudini di consumo che si stanno affermando a livello globale?

Negli ultimi anni si assiste a una forte polarizzazione dei consumi: da un lato cresce la richiesta di prodotti premium, di alta qualità e con una forte identità territoriale; dall’altro, si diffonde la ricerca di soluzioni più pratiche, sostenibili ed economicamente accessibili. A livello varietale le uve crisp stanno dominando la scena internazionale: il consumatore apprezza sempre più la croccantezza, la consistenza e la shelf-life prolungata di queste tipologie. Non a caso i breeder sono in costante ricerca di nuove varietà capaci di segnare un cambio di passo, come ha fatto Autumn Crisp, aprendo la strada a un rinnovamento importante del mercato.
Basta a conquistare il consumatore?
No, è determinante che le nuove varietà siano sostenibili anche dal punto di vista economico per i produttori e funzionino per l’intera filiera, garantendo redditività e continuità. Parallelamente cresce l’interesse per prodotti legati a valori di salute e benessere (ricchi di nutrienti, a basso impatto ambientale) e per varietà legate all’autenticità e alla tradizione. I consumatori globali, inoltre, sono sempre più attenti alla sostenibilità delle filiere e alla tracciabilità, con un’attenzione particolare al packaging e alla riduzione degli sprechi.
Quali nuovi mercati si possono aprire, alla luce anche dell’effetto dazi dell’amministrazione Usa, ma anche grazie a nuovi accordi fitosanitari che si possono stipulare con mercati terzi?
Il contesto internazionale resta complesso: le tensioni commerciali e i dazi imposti dagli Stati Uniti hanno effetti per noi più indiretti che diretti, poiché il nostro periodo di raccolta coincide con quello americano e quindi la competizione si acuisce proprio nello stesso momento dell’anno. Nonostante ciò, qualche impatto si percepisce comunque. In questo scenario diventa fondamentale diversificare, puntando su mercati emergenti in Asia e Medio Oriente, dove la domanda di prodotti di qualità europea è in costante crescita. Anche l’Africa sub-sahariana rappresenta un’area ancora poco esplorata, ma con prospettive di lungo periodo interessanti.
Proprio per questo gli accordi fitosanitari giocano un ruolo chiave: aprire corridoi commerciali sicuri e certificati con Paesi terzi consente di accedere a consumatori sempre più curiosi e disponibili a sperimentare nuove varietà. Tuttavia è evidente che i nostri enti governativi dovrebbero avere una marcia in più: sull’attività negoziale bilaterale l’Italia è ancora molto indietro rispetto ad altri Paesi europei produttori, come la Spagna, che riescono a muoversi con maggiore rapidità ed efficacia.
Quanto sono oggi fondamentali le certificazioni prodotto per entrare su diversi mercati e quali nuovi standard vengono richiesti?
Le certificazioni non sono più un plus, ma un requisito di base per competere a livello internazionale. Marchi di qualità, tracciabilità e sicurezza alimentare (come GlobalGap, Brc, Ifs) rappresentano un passaporto obbligatorio per entrare in diversi mercati. Oltre agli standard consolidati, si stanno affermando nuove richieste legate alla sostenibilità: certificazioni ambientali (Carbon footprint, Water footprint), responsabilità sociale della filiera e standard legati al benessere animale o all’impatto climatico.
Come si distingue Peviani su questa tematica?

La nostra azienda è sempre stata molto attenta a questo aspetto, e ciò ci ha permesso di essere presenti sui mercati internazionali più importanti con continuità e credibilità. Oltre alle certificazioni internazionali “standard”, stiamo procedendo a certificare tutte le nostre aziende agricole Leaf e GlobalGap Spring, che garantiscono un uso virtuoso e responsabile delle risorse idriche. A livello nazionale, invece, facciamo parte della Rete agricola di qualità, un sistema promosso dal Ministero che riconosce e valorizza le imprese agricole che rispettano standard elevati di legalità, etica del lavoro e corrette pratiche produttive: un ulteriore elemento di trasparenza e solidità per tutta la filiera.
L’Ue si accinge a presentare un progetto di riforma della normativa sugli agrofarmaci: cosa chiede la produzione?
Negli ultimi anni si assistito a un forte ridimensionamento delle molecole utilizzabili per la difesa dei frutteti, questo ci ha reso vulnerabili nei confronti di molti parassiti che o non siamo riusciti a combattere oppure hanno creato delle resistenze tali per cui diventa sempre più difficile il loro controllo.
Quindi oggi siamo a chiedere le giuste armi in materia di principi attivi per poter difendere le nostre produzioni, e un trattamento equo a livello europeo. Per esempio, Grecia e Spagna possono usare principi attivi a noi non consentiti.












