Università e centri di ricerca italiani uniscono le forze per contrastare la moria del kiwi. Un passo avanti per una filiera chiave dell’ortofrutta italiana, la cui produzione lorda vendibile può arrivare a 500 milioni di euro l’anno.
Il progetto
Coordinato dall’Università di Udine e finanziato da Ager-Agroalimentare e Ricerca, il progetto Sos-Kiwi-From Soil to Soil coinvolge anche l’Università di Torino, l’Università di Napoli Federico II, l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e la Fondazione Agrion.
A metà del suo percorso, l’iniziativa ha già individuato alcuni dei patogeni associati alla Kiwifruit Vine Decline Syndrome (Kvds) e sviluppato i primi strumenti per la diagnosi precoce della malattia.
I danni economici
La moria del kiwi rappresenta da oltre un decennio una delle principali criticità per l’actinidia italiana. Dal 2012 la sindrome ha determinato la perdita di circa il 25% delle superfici coltivate, con danni economici stimati tra 85 e 131 milioni di euro in mancata produzione, ai quali si aggiungono i costi elevati per l’espianto degli impianti compromessi.
Le piante colpite subiscono un rapido deterioramento dell’apparato radicale: incapaci di assorbire acqua e nutrienti, entrano in collasso fino alla morte nel giro di due anni, con effetti rilevanti per le aree a forte vocazione frutticola.
I primi risultati
Le attività del progetto hanno già portato a identificare alcuni microrganismi patogeni frequentemente presenti negli impianti colpiti, tra cui Phytopythium vexans e un secondo oomicete simile a Phytophthora sojae, particolarmente diffuso nel Nord-Est. Le evidenze confermano il carattere multifattoriale della malattia, legato all’interazione tra patogeni, suolo e gestione agronomica.
Tra i risultati più significativi c’è lo sviluppo di un test molecolare capace di individuare P. vexans nel terreno prima della comparsa dei sintomi visibili sulle piante, mentre un secondo test è in fase di sviluppo per il patogeno simile a P. sojae. Inoltre, i partner del progetto hanno adottato per la prima volta un metodo standardizzato di campionamento ed estrazione del dna da suolo, rizosfera e radici, rendendo confrontabili i dati raccolti nelle diverse aree di studio.
Suolo e tecniche ecocompatibili
Le analisi indicano che i suoli compatti e poco aerati favoriscono l’insorgenza della moria, mentre quelli più porosi risultano associati a una minore incidenza della sindrome. La gestione del drenaggio e della struttura del terreno emerge quindi come un fattore chiave di prevenzione.
Parallelamente il progetto sta testando diverse strategie sostenibili di contenimento, tra cui l’utilizzo di microrganismi benefici e la biofumigazione con rucola, che ha mostrato la capacità di ridurre la presenza dei patogeni nel terreno. Prove in serra hanno evidenziato risultati promettenti anche con un consorzio microbico composto da batteri promotori della crescita e dal fungo micorrizico Funneliformis mosseae. Per verificare l’efficacia di queste soluzioni in condizioni reali è stato avviato anche un campo sperimentale con 150 piante, su terreni vergini e su terreni da reimpianto.
Una coltura strategica per export e salute
La tutela dell’actinidia resta strategica per l’ortofrutta italiana, soprattutto per il peso del kiwi nei mercati internazionali. Negli ultimi mesi la coltura ha ricevuto anche una spinta sul piano del posizionamento nutrizionale: con il Regolamento di esecuzione (Ue) 2025/1560 la Commissione europea ha autorizzato per la prima volta per un frutto fresco un claim salutistico sulla funzionalità intestinale. Un riconoscimento che rafforza il valore del kiwi verde e rende ancora più importante salvaguardare una delle produzioni simbolo dell’export ortofrutticolo italiano.







