La legge francese contro lo spreco di F&V e altre buone pratiche Ue

L’obiettivo di Guillaume Garot, ex ministro socialista dell’Agricoltura, è quello di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025 e, in questa direzione, ha proposto un emendamento alla legge sulla transizione energetica che, lo scorso giovedì 21 maggio, ha ottenuto il sostegno unanime dell’assemblea nazionale, la Camera Bassa del parlamento.

Le nuove regole. Secondo la nuova norma, dal 1 luglio del prossimo anno, ogni supermercato con oltre 400 metri quadrati di superficie non potrà più gettare via le merci deperibili invendute come, ad esempio, la frutta e la verdura, ma sarà obbligato a donarle ad organizzazioni di beneficenza oppure ad aziende specializzate nella produzione di mangimi animali o di fertilizzanti agricoli. Le catene hanno poco più di un anno di tempo per stipulare accordi con le associazioni benefiche altrimenti rischieranno multe fino a 75mila euro e condanne fine a due anni di carcere.

Gli sprechi. In Francia ogni anno vengono gettati tra i 20 e i 30 chili di cibo per persona con una perdita che oscilla tra il 12 e i 20 miliardi di euro. Non meglio la situazione in Italia dove è stato stimato che lo spreco in casa riguarda il 58% delle famiglie italiane almeno una volta a settimana. Estendendo il quadro all’intera Unione europea, ogni anno si gettano via circa 90 milioni di tonnellate di merci deperibili costituite per la maggior parte da frutta e verdura.

Si tratta di cifre importanti che, secondo le statistiche dalla Fao, a livello mondiale, riguardano un terzo degli alimenti destinati al consumo umano.

I dubbi. Il provvedimento è stato aspramente criticati dalla Fdc, la principale federazione francese per il commercio e la distribuzione perché, secondo quanto affermato dal suo presidente Jacques Creyssel: «i grandi supermercati sono responsabili solo del 5 per cento degli sprechi alimentari e che in molti casi ci sono già accordi con associazioni di beneficenza».

Il timore principale delle catene è quello di vedersi lievitare i costi per dovere riorganizzare le procedure di stoccaggio e distribuzione del cibo invenduto. In questo senso Michel-Edouard Leclerc, a capo del gruppo Leclerc, ha commentato: «Ora che dovremo impegnarci a organizzare la raccolta da parte delle organizzazioni, sarebbe auspicabile un piano di aiuti che permetta loro di dotarsi di camion con celle frigorifere».

I limiti. Ma anche sul fronte del beneficiari non mancano le perplessità dal momento che si teme che non siano in grado di organizzare operazioni di raccolta per volumi così importanti e soprattutto per i prodotti con scadenza tassativa ossia quelli che non hanno la scritta “da consumarsi preferibilmente entro”.

« La nuova legge – ha affermato Olivier Berthe, presidente di Restos du cœur – rappresenta una costrizione anche per le organizzazioni, che dovrebbero poter scegliere la quantità e la qualità del cibo che ricevono, accettando solo quello di cui hanno realmente bisogno. Invece il provvedimento stabilisce che spetta ai supermercati il rifornimento di cibo pronto per il consumo e non devono essere le associazioni a dividere quello commestibile da quello andato a male».

Le buone pratiche. In Italia la lotta agli sprechi viene condotta a livello di buone pratiche locali come ad esempio quella del Banco Alimentare (vicina al movimento cattolico Comunione e Liberazione) o dei Last Minute Market. Nel 2014 Banco Alimentare ha recuperato dal settore della grande distribuzione oltre quattromila tonnellate di cibo, ridistribuite a migliaia di organizzazioni di beneficenza in Italia. Ma a questi enti non andrebbe neanche il 10% dell’invenduto dal momento che, secondo le stime, la maggior parte (l’81%) verrebbe indirizzato a enti di smaltimenti per concimare il terreno o produrre energia.

Il Portogallo. In Portogallo, l’iniziativa di una cittadina privata, Isabella Soares, che ha fondato la cooperativa “Fruta Feia” con all’attivo più di 400 soci, permette di recuperare tutta quella frutta che, poiché imperfetta, è destinata a rimanere invenduta. La cooperativa acquista dagli agricoltori questi prodotti non commercializzabili ma ancora buoni permettendo ai produttori di realizzare dei guadagni anche se minori e ai consumatori di avere alimenti freschi a prezzi ribassati. Secondo quale stima, la cooperativa avrebbe impedito, fino ad oggi, lo spreco di più di 20 tonnellate di prodotti ortofrutticoli.

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