L’anno nuovo di pesche, kiwi, pere e mele

Il bello del mercato è che è sempre in movimento e che, ad ogni sua variazione, gli operatori devono aggiustare il tiro delle loro strategie per mantenere e consolidare le proprie posizioni.

Guardando alla campagna 2016 son tante le cose che bollono in pentola, o meglio la carne che, sul finire dell’anno, è stata messa sul fuoco e che preannuncia nuovi equilibri per il commercio ortofrutticolo europeo.

L’embargo alla Turchia. La più recente è l’embargo imposto dalla Russia alle produzioni turche che, sin dal prossimo anno, se la crisi internazionale tra i due paesi non arriverà presto ad una soluzione, potrebbe portare sul mercato Ue ad un eccesso di produzioni F&V non solo turche ma anche di tutti quei paesi che, attraverso la Turchia, riuscivano ad esportare verso la Russia. Ciliegie, albicocche, pesche, berries, cachi e melograni. Per fare qualche esempio.

«Del comparto produttivo turco – ci spiega Davide Vernocchi, presidente nazionale del settore ortofrutticolo di Fedagri/Confcooperative, membro del cda di Agrintesa nonché presidente di Apo Conerpo – non sappiamo molto. Non sappiamo, ad esempio, quante superfici sono coltivate ma sappiamo che fanno numeri importanti. Fino a ieri rifornivano, sostanzialmente Russia e mercati generali tedeschi adesso la situazione cambierà. Ma non dobbiamo ragionare in termini di paragone perché le nostre produzioni sono caratterizzate da una qualità ed un’affidabilità diversa».

Le pesche spagnole. Se lo stop russo ai prodotti turchi può rappresentare un appesantimento annunciato del commercio ortofrutticolo europeo, da un’altra parte arrivano segnali di alleggerimento.

Dalla Spagna, in particolare, dove il governo madrileno annuncia di avere siglato un compromesso (attenzione non un accordo bilaterale, ma un compromesso, una sorta di minuta che la Cina si è impegnata a rispettare) che apre l’export delle pesche spagnole al mercato asiatico.

«Pensiamo di partire già dalla prossima campagna – ha spiegato Manel Simón, direttore generale di Afrucat che abbiamo intercettato ad Interera – con i primi container. Dovremo selezionare, tra le varietà che abbiamo, quelle più resistenti».

Questa novità, se non nell’immediato, nel medio periodo potrebbe determinare un alleggerimento sul mercato. Una boccata d’aria fresca per il comparto pesche che, a detta degli operatori, è ormai in crisi strutturale.

Le strategie. «Esiste una soglia di volumi – spiega Gianni Amidei, presidente nazionale dell’Oi Pera nonché direttore generale di Agrintesa – oltre la quale i prezzi precipitano. Per le pesche si tratta di circa 33 milioni di tonnellate dentro i confini Ue. Si può trovare un metodo che ci permetta di fare dei ragionamenti già da aprile o maggio ma è impensabile, oggi come oggi, riuscire a controllare tutti i produttori su scala europea».

Uno strumento di pianificazione potrebbe essere lo sviluppo di una piattaforma digitale (magari sviluppata a livello di interprofessione europea a cui Italia, Spagna e Francia stanno lavorando e anche in considerazione della spinta alla digitalizzazione sostenuta a gran forza dall’Europa e dal governo Renzi) che potrebbe essere realizzata sulla falsariga di quella utilizzata, ad esempio, dai belgi per la commercializzazione delle pere. Un portale aperto a tutti gli operatori che – pur non essendo un vero e proprio catasto ma un semplice strumento commerciale – è in grado di fornire, in qualsiasi momento, dati su prezzi, volumi stoccati, in via trasporto e venduti.

L’india e le mele. Un’altra valvola di sfogo per il mercato europeo si sta sviluppando sempre in Spagna e riguarda l’accordo con l’India sull’export di pere e mele spagnole che potrebbe partire già dalle prossime stagioni. Non si tratta di trattato bilaterale dal momento che non esistono barriere fitosanitarie all’ingresso, ma di un tavolo istituzionale aperto già da un paio di anni che serve a definire tempi e modi. «Su quel mercato – Continua Simon – andremo a competere con le produzioni statunitensi per cui non so quali margini di crescita avremo, ma è comunque importante avere un mercato di sfogo per i nostri prodotti».

Nell’incertezza dello scenario politico internazionale (non sono pochi quelli che scommetterebbero su una prossima fine dell’embargo russo sui prodotti europei), la filiera produttiva rimane ancorata a poche certezze.

Obiettivo: kiwi. Una di queste è il kiwi, grande produzione italiana, grande varietà-rifugio che (anche grazie alla batteriosi, bisogna dirlo) non è andato in crisi e che, garantisce, ancora oggi e, si stima anche per l’anno prossimo, una buona redditività.

Sul kiwi puntano tutti.

E questo è proprio il punto perché si rischia, da qui a tre anni, di creare la stessa situazione ingestibile, per eccesso di offerta, che già c’è sulle pesche. Sempre in assenza di una programmazione

«Grazie all’accordo bilaterale con la Cina – continua Vernocchi – abbiamo aperto un mercato molto profittevole sul fronte asiatico. Basti pensare che in due anni siamo passati, in tutto l’estremo Oriente, da 10mila tonnellate a circa 24mila e riteniamo che il potenziale produttivo possa aumentare ancora. Ma se non si hanno le dimensioni aziendali giuste per garantire continuità della fornitura, qualità della merce oltre che solidità patrimoniale, questa occasione rischia di rivelarsi un boomerang. Sempre sul kiwi, anche alla luce della continua crescita dei volumi, sarebbe strategico riuscire ad aprire anche il mercato giapponese ma qui è determinante lo sforzo della politica».

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