A Fruit Attraction si inizia a ragionare sul futuro delle pesche

Una maggiore attenzione per la soddisfazione del consumatore, una presenza più incisiva dell’Unione europea nelle politiche di promozione e di apertura di nuovi mercati e una forma di auto-organizazzione da parte delle aziende del settore. Queste le proposte emerse nel corso del convegno Stonefruit attraction che si è tenuto oggi a Fruit Attraction, in programma fino a domani presso la fiera di Madrid che ha messo in luce alcune possbili strade per far fronte alla crisi strutturale del comparto drupacee. Il gioco di squadra. Per uscire dall’empasse in cui versa il settore che ha portato, praticamente, all’azzeramento dei profitti dei produttori ormai da troppi anni, non è solo una questione di misure finanziarie elargite alla bisogna da parte dell’Ue e, allo stesso tempo, non deve neanche essere visto come un problema insormontabile il fatto che le aziende possano farsi carico di alcune azioni da sole. “Il ruolo dell’Unione è fondamentale – ha spiegato Ilenio Bastoni, direttore generale di Apofruit – soprattutto nell’individuazione e nell’apertura di nuovi mercati e nel sostegno alle imprese per raggiungerli anche perché è impensabile che la maggior parte delle aziende agricole operanti in questo settore riescano ad organizzarsi in questa direzione autonomamente. In fase di promozione del prodotto, è anche importantissimo il ruolo giocato dalla grande distribuzione che può contribuire in maniera fondamentale a creare informazione appropriata su questo frutto”. I gap. Nei fatti, la situazione stagna di fronte all’incapacità endemica dell’Unione europea di aprire dei varchi su nuovi mercati, anche sbloccando i dossier aperti per l’apertura di nuovi trattati internazionali, e – allo stesso tempo – si registra un’altrettanto evidente incapacità da parte delle aziende di darsi una auto-regolamentazione sul fronte commerciale. Non è che i tavoli di discussione manchino. Anzi. In tempi di crisi sono proliferati come i funghi (basti pensare a quello costituito tra Italia, Francia e Spagna per l’emergenza campagna estiva post embargo-russo). Il punto è quello di riuscire a trasformarli in una sorta di coordinamento commerciale (sempre che questa sia “la” soluzione” ) della produzione di pesche e nettarine europee in grado di superare, quantomeno, l’enorme sproporzione tra domanda e offerta. In questa direzione, la logica (suicida) di “Ognuno guardi il suo orticello!” ha dimostrato di non condurre a nessun risultato proficuo per l’intera categoria. Pro e contro la concentrazione. Ma, nonostante tutto, tra gli operatori si continua a far fatica a trovare una convergenza anche perché l’aggregazione commerciale non è considerata una panacea da tutti. “Tutto ciò che non è orientato verso la, soddisfazione del consumatore – spiega Anastasio Naranjo Hidalgo, presidente esecutivo di Tanynature – e tutto ciò che si discosta dalla naturale partnership con la Gdo e con il mercato tradizionale, è un errore. Il punto non è concentrare l’offerta. Ogni produttore ha diritto di scegliere la dimensione della sua impresa che è data dal suo muscolo commerciale e dalla domanda dei suoi prodotti. Se il problema è l’eccesso di offerta rispetto alla domanda la concentrazione commerciale non è la soluzione. Le parlo da produttore e questa propsettiva non mi piace anche perché a nessuno interessa la tasca dei coltivatori o la soddisfazione del consumatore”. In realtà, nel corso della tavola rotonda che si è tenuta a margine del convegno alle drupacee, la necessità di una sorta di autorganizzazione della produzione europea, considerata nella sua globalità, è emersa con una certa incisività anche a fronte del mancato feedback atteso da parte delle politiche europee. I tavoli. Su questo punto si è dimostrato possibilista Bastoni che pure guida una delle maggiori realtà produttrici di pesche e nettarine del continente. “Già Apofruit – ci ha spigato – è il risultato di una concentrazione dell’offerta. Le conclusioni di questa tavola rotonda, dove anche emersa la cannibalizzazione delle drupacee da parte di altra frutta estiva come i meloni o l’uva, non vanno certo trovate nella guerra commerciale tra Paesi o tra singoli produttori. I tavoli di discussione già ci sono e noi non ci sottraiamo tuttavia la soluzione passa anche attraverso l’incremento dei consumi nei mercati maturi che dipende molto da un’attività di promozione condivisa tra tutti gli Stati membri. Così come deve essere condivisa, a livello europeo, l’attività di ricerca di nuovi mercati. Una cosa è certa. La prima leva che muove ogni attore di questo mercato è quella di portare reddito per i propri produttori che ormai da troppi anni lamentano la mancanza di introiti. Certe posizioni, dominanti, è giusto che facciano parte del dialogo condiviso, a livello europeo”.

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