Colture tradizionali, la lista si aggiorna

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Il Ministero dell’Agricoltura aggiorna la lista dei prodotti agroalimentari tradizionali, ossia quei prodotti le cui metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura risultano consolidate nel tempo e comunque per un periodo non inferiore a 25 anni che, peraltro, non sono regolati da nessun disciplinare Dop o Igp.

La lista. Tra le 68 new entry, ben 37, più della metà, sono prodotti ortofrutticoli, vecchie colture “a rischio estinzione” legate al nostro passato rurale, a tradizioni che ormai non esistono quasi più e che tenerle in vita alle volte costa più che abbandonarle.

Come la pesca buco incavato di Massa Lombarda nel ravennate, da alcuni considerata la madre di tutte le pesche, o la patata di Trevico in provincia di Avellino, protagonista della cultura contadina campana per secoli, o ancora la pera Lardara (sempre in Campania); il fagiolo a suricchio o prugna pizzutella di picinisco del Lazio; la carota o il cetriolo mezzo lungo di Polignano in Puglia.

La Puglia. «La lista – spiega Gabriele Papa Pagliardini, dirigente area politiche per lo sviluppo rurale della regione Puglia –, garantisce che i prodotti elencati non possano diventare oggetto di marchio privato. Nel senso che non potrà arrivare mai un produttore che ne coltiva uno e arrogarsene l’esclusività produttiva. Una volta inseriti nell’elenco diventano patrimonio del territorio. In taluni casi possono anche beneficiare di ulteriori strumenti di promozione commerciale, come, ad esempio, le risorse offerte dal Psr. Nel caso della regione Puglia, ad esempio, abbiamo creato un marchio di qualità regionale che si chiama “Produzioni di qualità” che, attraverso il Psr estendiamo anche ai prodotti agroalimentari tradizionali nel senso che prevediamo delle misure finanziarie per coprire le spese per il riconoscimento, l’attribuzione e il mantenimento del marchio».

La storia. La lista dei P.a.t. nasce nel 2008 per volere dell’allora ministro alle politiche agricole, Paolo De Castro che, immaginò uno strumento che potesse identificare le produzioni tradizionali italiane soprattutto a scopo di tutela per evitare che venisse disperso questo patrimonio culturale del nostro territorio.

Dei 37 nuovi prodotti ortofrutticoli aggiunti oggi alla lista, 11 sono tipici della Puglia, tre dal Lazio, tre dal Piemonte; ; due dalla Sicilia; tre da Veneto ; 9 dalla Campania e uno dall’Emilia-Romagna.

In quest’ultimo caso si tratta della pesca buco incavato, meglio conosciuta come “bus incavè” per la quale da diversi anni si è attivata un’opera di sensibilizzazione per proteggere la coltura di questa drupacea tradizionale, da moli considerata come la madre di tutte le pesche.

Il marchio campano. «In Campania – spiega Alfonso di Massa, presidente della Fedagri regionale – c’è una certa attenzione a queste colture tradizionali. In questo senso, abbiamo in programma di presentare all’Expo, nel corso dell’ultima settimana di agosto, una sorta di rete di imprese per prodotti tradizionali che no siano Dop o Igp, e lanciare un nuovo marchio regionale dedicato ai prodotti locali come il cipollotto campano. Stiamo lavorando per arrivare ad un protocollo e pensiamo di riuscire ad ottenere la registrazione del marchio nel giro di 10 giorni».

Degli oltre 4880 prodotti agroalimentari attualmente presenti nella lista del ministero, ben 457 provengono dalla Campania che si colloca la seconda regione nella lita stilata dal ministero subito dopo la Toscana. Seguono il Lazio con 393 prodotti, l’Emilia-Romagna (378) e il Veneto (370).

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