Vegani in calo: ma è davvero così?

In realtà il numero è stabile: i curiosi, che tendono a cambiare idea, sono solo il 3,8%. Essere vegan, infatti, non è un regime alimentare: esprime il desiderio di cambiare il mondo

“L’Italia rimane un Paese carnivoro”. “Vegani in calo: finalmente una buona notizia”. “Carne alla riscossa: un milione di italiani ha abbandonato la dieta vegan”. “Dopo il boom il crollo: italiani già stanchi della dieta vegana”. Questi sono solo alcuni titoli (altisonanti) che hanno imperversato sul web dopo l’annuncio del Rapporto Italia 2018 di Eurispes che, alla fine dello scorso mese di gennaio, ha diramato -tra gli altri- nuovi numeri sulla “popolazione veg”.

Aumentano i vegetariani

Nell’indagine, in realtà, si legge che, nel corso dell’ultimo anno, si è assistito a un incremento di coloro che hanno optato per una scelta vegetariana, cui ha corrisposto un calo di quanti si dichiarano vegani: dal 3% del 2017 allo 0,9% nel 2018, “ritornando -si cita testualmente- su valori più vicini a quelli degli anni passati”.

Tanto è bastato per cavalcare l’onda divisoria delle correnti “anti-vegane” o “pro-carne”, con dichiarazioni anche forti da più parti. Ed ecco che, al Bistecca day organizzato da Coldiretti lo scorso mese di giugno, si è parlato addirittura di crescita del numero dei “pentiti”, con due vegani su tre che tornano alla carne. Ma è davvero così? Abbiamo girato la domanda a Paola Cane, coordinatore scientifico del Rapporto Osservatorio VeganOK.

In sintesi: il numero di vegani è stabile: i curiosi, che tendono a cambiare idea, sono solo il 3,8%. Essere vegan, infatti, non è un regime alimentare: esprime il desiderio di cambiare il mondo

La profonda spinta al cambiamento alla base del veganesimo

Paola Cane, coordinatore scientifico del Rapporto Osservatorio VeganOK

“Non sorprende che il veganesimo sia spesso strumentalizzato come argomento conflittuale e divisivo -spiega l’esperta- né che i detrattori della scelta vegana puntino il dito, per esempio, sulla mancanza di solide basi scientifiche della scelta vegan. Nessuna delle due affermazioni è completamente sbagliata. C’è una parte del mondo occidentale pervasa da una profonda spinta di cambiamento, caratterizzata da una critica ragionata e prospettica del modello di sviluppo e di consumi della nostra economia. Di questa parte del mondo fanno parte i vegani, il mondo del biologico, il movimento per la decrescita felice e quelli, numerosi, per la tutela dell’ambiente, degli oceani e per la riduzione delle plastiche. Ciascuno, a modo suo, propone alternative più o meno radicali a un sistema di valori basato su massificazione dei consumi, benessere misurato con metriche quantitative (e non qualitative), sviluppo a discapito del pianeta e delle prossime generazioni”.

E quanto all’assenza di basi scientifiche? “Anche questa affermazione è corretta: il veganesimo non è una scienza e non nasce da motivazioni scientifiche. È una scelta etica che nasce dalle coscienze individuali. Semmai la scienza, e non solo quella medica, è lo strumento capace di rendere tale scelta più adatta alle esigenze di chi l’ha abbracciata, più facile da percorrere”. Ma davvero tanti vegani pentiti tornano alla carne? “L’assunto che il vegano sia tale perché convinto che la carne faccia male e che riabilitando la carne sia possibile incoraggiare i vegani a modificare le proprie decisioni, dimostra semplicemente scarsa conoscenza delle loro motivazioni. Alla base c’è una scelta di cuore, che esprime compassione nei confronti degli animali, non c’è utilità né opportunismo. Ti dirò di più: la stragrande maggioranza dei vegani che conosco non mangerebbe un coniglio nemmeno se potesse salvare loro la vita”.

Per Eurispes, il 6,2% del campione si dichiara vegetariano, +1,6 punti percentuali rispetto al 2017, ma nel rapporto si dice anche che “sono pochi coloro i quali si sono avvicinati a vegetarianesimo e veganesimo spinti dalla sola curiosità”: solo il 3,8%. “La Vegan Society (che aveva descritto la dieta vegana già nel 1944, senza darle però ancora il nome ufficiale, n.d.r.) ha definito il veganesimo, con il suo Memorandum registrato nel 1979, come ‘Una filosofia e un modo di vivere che esclude, ai limiti del possibile e praticabile, ogni forma di sfruttamento e crudeltà verso animali, per scopo alimentare, per il vestiario, come per qualunque altro scopo’.

“Tutto questo -sottolinea Paola Cane- conferma che il veganesimo non centra nulla con l’Oms, con la ricerca scientifica, con le diete anti-cancro, con gli allarmi colesterolo, con le correnti salutiste o con la leggerezza delle mode. Anzi: il veganesimo è nato prima che chiunque prestasse attenzione alla qualità di ciò che mangiamo e al suo impatto sulla salute. Essere vegan non è un regime alimentare: è un modo di voler cambiare il mondo, tutti i giorni. E ci credono in molti, tanto che lo dimostrano anche i piani industriali di alcune multinazionali che investono in ricerca e sviluppo di prodotti etici, ecologici, biologici e sostenibili”.

Dalla radice al pistillo: sprechi al minimo

Gli anglofoni lo chiamano “stem-to-root”, noi possiamo tradurlo in “dalla radice al pistillo”, ed è la tendenza a consumare prodotti vegetali riducendo gli sprechi, includendo il consumo di parti considerate scarto e che invece sono commestibili e, spesso, ricche di proprietà nutrizionali. Si calcola che circa il 25% della frutta e della verdura che acquistiamo diventi scarto nella fase di mondatura e pulitura dei prodotti. Secondo l’Istat ogni famiglia italiana spende in media poco più di 103 euro per frutta e verdura (dati Istat 2017): tradotto in scarto, significa che circa 25 euro al mese finiscono nel cassonetto dell’umido, prima ancora del consumo.

Considerato che in media più della metà di ciò che scartiamo può essere recuperato, l’abitudine del consumo “dalla radice al pistillo” permetterebbe di trattenere nelle tasche degli italiani almeno 150 euro all’anno per ogni famiglia. Un trend a impatto negativo sul sell out? Tutt’altro. “A nostro avviso -commenta Paola Cane- saranno vincenti i produttori che sapranno suggerire nuove modalità d’uso dei propri prodotti, insegnando ai consumatori a ridurre gli sprechi e a utilizzare anche ciò che erroneamente abbiamo fino a oggi considerato scarto”.

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