Usa, a rischio Made in Italy contraffatto il 43% dei consumatori

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Italian do it better, d’accordo, ma il made in Italy, inteso come prodotti di denominazione d’origine , ha ancora molta strada da fare nel mercato statunitense. Non perché stiamo ma perché la ricerca di prodotto made in Italy viene facilmente intercettata dal giro di affari del cosiddetto Italian sounding.

La ricerca. Un’indagine che Nomisma ha condotto su 1.820 consumatori statunitensi residenti nelle principali metropoli Usa, come New York, Los Angeles, Chicago, Boston, Miami, San Francisco, presentata oggi nel corso del primo del primo di un ciclo di seminari dal titolo “Growing seeds Forum”, ha rivelato che oltre il 43% del campione intervistato è abituato ad acquistare prodotti italiani con frequenza. Significa che va al supermercato cercando proprio sapori d’oltre oceano.

In assenza di un accordo di libero scambio tra Unione europea e Usa, e quindi nella vigenza di molte barriere fitosanitarie che inibiscono gli scambi commerciali ortofrutticoli, e non solo, si tratta di un mercato tutto da sviluppare dal momento che i consumatori americani sono innanzitutto grandi acquirenti di prodotti made in Usa che fanno quasi l’80% del mercato. Ma, per ragionare sulle potenzialità di questo mercato, subito dopo i prodotti locali, arrivano quelli italiani. Solo il 20% degli intervistati ha detto di non comprare mai o comunque di farlo molto raramente i prodotti italiani.

L’italian sounding. «Anche se in media la quota di prodotti made in Usa rappresenta il 73% della spesa alimentare delle famiglie – ha spiegato Denis Pantini Responsabile settore Agroalimentare di Nomisma – nella parte rimanente l’italianità dei prodotti assume un ruolo di primo piano. L’Italia figura al primo posto come origine di alimentari esteri più ricercati, davanti al Canada e alla Francia. L’origine italiana rappresenta per il 72% dei consumatori americani una garanzia di qualità e per il 19% di sicurezza alimentare anche se il fenomeno dell’italian sounding rende difficile capire ciò che è realmente italiano”.

Il problema in America insomma è legato alla contraffazione ossia al quel business che viene riconosciuto con il nome di italian-sounding che nasce proprio perché la federazione nord americana non riconosce alcuna tutela alle denominazioni di origine. La conseguenza più diretta è che i loro supermercati sono pieni di prodotti made in Italy che di italiano non hanno nulla se non la parvenza. Di solito una bandierina italiana nell’etichetta o i simboli dell’italianità come il colosseo o la torre di Pisa.

Il Ttip. «Uno dei punti chiave – ha spiegato Simona Caselli, assessore all’agricoltura dell’Emilia-Romagna – della delega ai negoziati per il Ttip, l’accordo di libero scambio tra Usa e Ue, è proprio il riconoscimento della tutela al “made in”. Se si arriverà all’accordo e se quest’accordo rispetterà la delega ai negoziati, le cose potrebbero cambiare dall’altra parte dell’Oceano così come stanno iniziando a cambiare dopo la firma del Ceta, il trattato internazionale tra Canada e Ue che pur non arrivando ad ammettere la tutela, riconosce un regime di coesistenza».

Anche nella coesistenza (tra originale e “fac-simile”), ci sono carte che i produttori possono giocare sul piano commerciale dal momento che, tra i fattori chiave che guidano i consumatori nelle scelte di acquisto, dopo la leva del prezzo (30%) e le promozioni (17%), c’è proprio l’origine specifica indicata in etichetta (13%).

L’ortofrutta. L’ortofrutta, in particolare, è il secondo prodotto, dopo la carne, di cui consumatori controllano la provenienza. In questo senso, l’Italia è il primo Paese di origine più ricercato anche se i suoi prodotti ortofrutticoli non rientrano tra le prime specialità richieste ma arrivano dopo i formaggi, la pasta, l’olio, i sughi, vino pizza, salumi, aceto, dolci e biscotti, surgelati e caffè. Però, il 19% degli intervistati, un americano su cinque, ha dichiarato di avere acquistato in almeno un’occasione un prodotto ortofrutticolo italiano nell’ultimo anno.

A spingerli verso questi acquisti è la convinzione che il prodotto sia uguale o simile a quello Usa (57% degli intervistati) se non addirittura di qualità superiore (41%).

La qualità dei prodotti, anzi, è quello che contraddistingue le nostre produzioni per il 72% dei consumatori. In questa direzione, il 74% degli intervistati ha dichiarato di essere disposto a pagare un sovrapprezzo per questo valore aggiunto in termini qualitativi e uno su 10 a dichiarato di essere disposto a pagare anche più del 10% in più del prezzo.

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