Rapporto Lange e Ttip, le ragioni del no

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Non c’è una voce unica sul rapporto Lange, perlomeno nella versione approvata ieri a maggioranza assoluta dall’Europarlamento. La risoluzione, che fissa i paletti (non vincolanti) per i negoziatori della Commissione Ue sul trattato Ttip, nasce con l’intento di raccogliere le istanze dal basso, le perplessità espresse dai cittadini dell’Unione Europea nei mesi scorsi su alcuni punti del trattato d libero scambio con gli Stati Uniti.

Ma per gli eurodeputati che hanno votato no, quella che è passata in Aula, è una versione più edulcorata rispetto al testo originale che non avrebbe fugato le principali perplessità.

Il tribunale privato. Innanzitutto sull’Isds, il sistema di arbitrato internazionale previsto dalla bozza di trattato che rappresenterebbe, di fatto, una sorta di tribunale privato preposto alla risoluzione delle controversie commerciali che se da un lato sembrerebbe scavalcare la sovranità nazionale dall’altro si teme possa finire nelle mani delle major del food agroalimentare.

«Su questo argomento – ha spiegato Tiziana Beghin capo delegazione M5S al Parlamento europeo e tesoriera del gruppo Europa della libertà e della democrazia diretta – è stato raggiunto un accordo politico tra popolari e social democratici ma non può certo dirsi che abbia goduto del favore della maggioranza dell’Europarlamento anche perché il testo approvato continua a negare la possibilità di ricorrere ai giudici naturali, ossia quelli previsti dagli ordinamenti dei Paesi Membri. In questo senso l’Isds rappresenta un vero e proprio scavalcamento delle sovranità nazionale. La versione approvata del rapporto Lange, inoltre, non spiega nel dettaglio le modalità con cui saranno istituiti questi tribunali internazionali, con quali modi e quali competenze agiranno. Temiamo che si tratti di un sistema che creerà solo dei privilegi per gli investitori stranieri rispetto a quelli di ogni singolo Stato».

Il veto del Parlamento Ue. Traballa, per gli oppositori, anche l’ “ultima spiaggia” data dal veto finale che il Parlamento Europeo, attualmente guidato dal tedesco Martin Schulz, avrebbe il potere di porre al trattato firmato dai negoziatori e impedirne quindi l’applicazione. «Nessuno può escludere – continua la Beghin – che in un futuro possa essere raggiunto un accordo politico su un testo differente. Nessuno può prevedere come si svilupperanno gli equilibri politici anche alla luce dell’incertezza che domina la scena internazionale».

Se tra i più convinti sostenitori della grande opportunità rappresentata da quest’accordo ci sono Germania, Italia ed Inghilterra, gli Stati nord Europei, caratterizzati dalla predominanza della società civile come, ad esempio, la Danimarca o l’Austria, sono più freddi. Senza considerare che significative frange importanti di oppositori si registrano anche all’interno dei principali Paesi sostenitori, come Germania e Italia.

Più import che export. Tra le ragioni del no c’è anche la convinzione che la liberalizzazione degli scambi commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, non produrrà benefici per le nostre imprese, soprattutto quelle medie, piccole e piccolissime, che poi caratterizzano la maggior parte del tessuto imprenditoriale ortofrutticolo.

«Non è così automatico – chiarisce la Beghin – che il liberismo totale porti dei vantaggi per le aziende. Secondo uno studio della Bertelsmann foundation, si rischia che allo spostamento del commercio tra le sponde dell’Oceano corrispondano poi delle cadute di quello intra-europeo dei prodotti ortofrutticoli». Stando ai dati, insomma, se è previsto un aumento dell’export verso gli usa del 60%, l’altra faccia della medaglia sarebbe un aumento delle importazioni Usa in Italia del 120%che determinerebbe che il 29% del commercio Intra-europeo verrebbe completamente sostituito dal mercato statunitense in entrata a discapito dei produttori ortofrutticoli che esportano prevalentemente all’interno dei confini dell’Unione.

I rischi per le pmi. «Esiste già un esempio fallimentare – chiosa la Beghin – di liberalizzazione commerciale che non ha funzionato ed è il Nafta, il trattato di libero scambio commerciale stipulato tra Stati Uniti, Canada e Messico che, di fatto, ha raso al suolo 2 milioni di piccole imprese agricole messicane incapaci di sostenere la concorrenza delle major americane che basano il loro metodo produttivo sullo sfruttamento intensivo di risorse e terreni e su economie di scala inarrivabili per la piccola impresa. Nutriamo anche seri dubbi sul mantenimento degli standard qualitativi perché sono culture agro-alimentari così distanti che gli Usa dovrebbero fare molte rinunce per avvicinarsi ai nostri».

La contraffazione. A questo si aggiungano poi alcuni limiti applicativi ipotizzati e legati alla struttura organizzativa dell’Unione Europea che, comportandosi come una federazione di Stati quando in realtà non lo è, presenta problemi di gestione derivati dal fatto che poi ogni stato fa come ritiene.

«Si pensi alla lotta alla contraffazione – conclude Beghin – che negli uffici doganali italiani trova una maggiore attenzione rispetto a quelli Nord-europei meno sensibilizzati sul problema dei falsi agro-alimentari. In questo senso l’accordo potrebbe andare a comporre questa disorganicità ma solo se fossero previste delle indicazioni precise e chiare verso questa direzione. Cosa che non è dal momento che anche il testo della risoluzione europarlamentare fa dei riferimenti generici che si prestano a diverse interpretazioni».

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