Il Cso cambia nome e strategia

Da oggi il Cso, il centro servizi ortofrutticolo di Ferrara cambia nome. Si chiamerà “Cso Italia” per evidenziare la necessità di fare sistema in funzione dell’internazionalizzazione. È questo uno dei principali obiettivi (e, al tempo stesso, una delle sfide più impegnative) che ha davanti il nuovo consiglio di amministrazione appena rinnovato e che vede nell’ingresso di Italmercati la new entry più importante per il 2016.

Il board. «Nell’assemblea appena conclusa – ha spiegato il presidente rieletto del Cso Paolo Bruni che sarà affiancato dai due vicepresidenti Cesare Bellò (Opo Veneto) e Carlo Manzo (Ortofruit Italia) – si è parlato di barriere fitosanitarie sui vari mercati globali oggetto di un dialogo internazionale continuo di cui il Cso è parte; del ruolo della politica; di quello delle aziende e della necessità di spingere sulle aggregazioni e sull’innovazione. Ci siamo trovati d’accordo sulla necessità di agire uniti».

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Con le indicazioni di questo fil-rouge è iniziato il convegno dal titolo “La filiera ortofrutticola nel mercato globale” in cui i principali operatori e rappresentanti del mercato si sono confrontati per individuare degli approcci condivisi al mercato internazionale per le aziende italiane.

La strategia. Il cambio di nome per Cso Italia e l’ammissione di Italmercati nel board, accanto ai rappresentanti dell’intera filiera, lo propone quasi come un nuovo tavolo inter-professionale ma, in questo caso, specificamente vocato all’export in cui si sperimentano dinamiche, necessariamente condivise, in vista dell’approccio congiunto del Sistema Paese, sul mercato globale.

«Cso Italia – ha spiegato Marco Salvi, presidente di Fruitimprese – è il tavolo dell’ortofrutta italiana. Qui non ci sono protagonisti. C’è solo un tavolo di lavoro i cui si mettono in luce le possibilità esistenti offerte sia dal settore pubblico che da quello privato».

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A livello di strumenti pubblici, in realtà quello che è emerso nel corso dell’incontro, è che fatte salve alcune produzioni ortofrutticole nazionali di punta come i kiwi, le pere e l’uva da tavola e in parte (per via della loro stagionalità) per le drupacee – l’attenzione del sistema politico internazionale poco si volge verso il settore primario.

«La conseguenza di questa mancata attenzione – ha chiarito Davide Vernocchi, coordinatore del settore ortofrutticolo di Alleanza cooperative italiane/Agroalimentare – ha comportato una drastica riduzione, per via della minore redditività, degli ettari coltivati in Italia, -20mila e la perdita di circa 40mila posti di lavoro».

La competizione. I consumi interni (su scala europea) sono in calo costante per cui l’internazionalizzazione rappresenta una partita obbligata che si gioca su un campo scivoloso per il made in Italy dal momento che si misura con competitor che producono a prezzi molto più bassi. Si pensi alla Polonia, ad esempio, dove il costo del lavoro è di 4 euro lorde l’ora o alla Spagna che paga i suoi addetti circa 60 euro al giorno contro le nostre 100. Il confronto è ancor più difficile con quei Paesi che, a parità di costi, hanno una produzione più organizzata come, ad esempio, Belgio e Olanda.

«Essere più bravi dei nostri vicini – continua Vernocchi – non basta. Per essere vincenti bisogna fare sistema, aggregarsi. Si pensi all’esperienza delle pere dove sono successi recentemente dei fatti importanti e dove tutti adesso auspichiamo che il passo successivo possa essere la fusione tra Opera e Origine».

La strada dell’internazionalizzazione insomma, passa sì per la politica ma anche per i produttori e per un fluido dialogo tra i due.

«È importante che nella cabina di regia dell’internazionalizzazione – continua Salvi – ci siano anche le imprese che conoscono il mercato e gli obiettivi primari a cui puntare».

La politica. «Puntiamo a favorire l’export – ha spiegato Simona Caselli, assessore all’Agricoltura della regione Emilia-Romagna – anche attraverso lo sviluppo dei Goi, gruppi operativi di innovazione e sostenendo le aziende con i bandi del Psr. Alcuni sono già partiti ma in nessun caso basteranno a coprire la mole di domande che è arrivata. La aziende hanno fame di innovazione».

«Il compito della politica – ha spiegato Felice Assenza, direttore generale delle politiche internazionali e dell’Unione europea del Mipaaf – è quello di individuare le modalità con cui intervenire. L’ortofrutta ha un forte potenziale ma per migliorarlo bisogna correre tutti insieme anche implementando i processi aggregativi. Quando in una provincia ci sono 22 Op mi chiedo: che razza di aggregazione è mai questa? Sul fronte della politica comune, inoltre, ci sono margini di miglioramento. Oggi il 75% di essa ricade sulle aziende ma se vogliamo che esportazione, internazionalizzazione e aggregazione diventino dei pilastri su cui operare occorrerà ragionare anche sulla qualità della spesa».

La tecnologia. Chiusa la parentesi del mercato russo, che non sarà comunque facile da riaprire anche nell’eventualità di abbattimento delle sanzioni, perché in questi due anni altri player si sono imposti sulla piazza moscovita, occorre guardare ora a nuovi mercati. «La tecnologia – precisa Angelo Benedetti, presidente di Unitec – può aiutarci a raggiungerli fornendo risposte puntuali e remunerative ad esigenze precise. Fino ad oggi abbiamo guardato ai mercati vicino casa ma dobbiamo iniziare ad andare oltre, verso destinazioni che apprezzano molto di più la qualità. Dobbiamo aprirci al mercato globale, guardare in giro cosa c’è nel mondo e poi tornare a casa e tentare di farlo meglio. Un po’ come hanno fatto i cinesi con noi qualche lustro fa».

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